29 GENNAIO 2012, ROMA, CLARHOTEL

COME RICOSTRUIRE IL PATTO GENERAZIONALE
IL CONSULENTE ALLA RICERCA DI NUOVE STRATEGIE DI DILALOGO GIOVANI-ADULTI
Oggi la generazione adulta non perde occasione per criticare nei giovani ciò che anch’essa ha contribuito a produrre. Li accusa di non avere ideali e valori, di essere vuoti e indifferenti al mondo, di interessarsi solo ai beni materiali. Le giovani generazioni, dal canto loro, denunciano l’incapacità nella generazione precedente di trasferire valori e creare prospettive future, e la volontà di impedire la transizione per rimanere eternamente giovani.

E quindi, di fronte a questa situazione il Consulente Familiare si trova a gestire dialoghi tra sordi ed a registrare continuamente disagi e dissapori nelle famiglie in cui il Patto non viene rispettato, compreso o applicato. Per questo motivo Il Consulente Familiare è alla ricerca di nuove strategie di dialogo giovani-adulti”.
La Giornata è stata introdotta dalla Presidente Rita Roberto, che, prima di introdurre i relatori e i lavori, ha condiviso festosamente con i presenti la ricorrenza dei 35 anni di vita dell’A.I.C.C.e F. fondata nel 1977.
Infatti il 5 febbraio di quell’anno, un gruppo di sognatori stabilì presso uno studio notarile di Bologna, di creare un Associazione di Consulenti seria, solida e professionale (n.d.r.= l’edizione integrale dell’Atto costitutivo è stato pubblicato nel numero 3, pag.14, del 2010 de “Il Consulente Familiare”), che servisse da punto di riferimento, fonte di formazione e laboratorio di esperienze ai tanti Consulenti che operavano in ogni parte d’Italia. E da 35 anni funziona proprio così…
Prima di dare la parola ad Antonella Fucecchi, la Presidente si è soffermata sulla presentazione del CEM «Centro educazione alla mondialità» che è un’Associazione nazionale che ha lo scopo di diffondere la cultura del dialogo, della pace, della solidarietà, dei diritti umani e dell’ambiente e la convivialità delle differenze ed ha molteplici attività, edita una rivista mensile, fa corsi di formazione, un convegno nazionale annuale, collane di testi e molto altro. Il CEM usa il metodo dell’interculturalità e opera soprattutto nel campo dell’ educazione, della formazione e delle istituzioni scolastiche. Per questi motivi  l’AICCeF tiene particolarmente ad incontrare voci autorevoli del CEM,  perché si aprano momenti di riflessione su temi cari ad entrambe le Associazioni e possibili collaborazioni. Mettere in sinergia il CEM e l’AICCeF è un importante traguardo visto che la prima si occupa di formazione a scuola e di educazione alla mondialità e la seconda di famiglia a 360°. Due “agenzie” educative e di sostegno alla formazione  degli adulti e delle nuove generazioni che viaggiano verso il medesimo obiettivo: costruire un nuovo patto generazionale per un presente e un futuro migliori facendo tesoro delle “radici”.
La Presidente ha quindi introdotto la relatrice Antonella Fucecchi (a causa di una indisposizione il collega Antonio Nanni non è potuto venire), che ha parlato del Patto generazionale e dell’attuale fase del dialogo giovani-adulti.
Antonella Fucecchi è docente di lettere al Liceo Tasso di Roma, collaboratrice della rivista Cem Mondialità, è autrice di strumenti e percorsi didattici in chiave interculturale, si interessa di processi di integrazione culturale ed ha scritto: I grandi libri dei popoli. Quaderni dell’interculturalità EMI 2004, Didattica interculturale della lingua e della letteratura, in Quaderni dell'interculturalità 1998, ed insieme ad Antonio Nanni ha pubblicato: Come nasce un italiano.150 anni per capirlo. EMI 2011; Rifare gli italiani EMI 2011.
IL PATTO GENERAZIONALE
Relazione dei Antonella Fucecchi
Cosa si intende per patto: la parola deriva dal verbo latino paciscor, imparentato con pax, che indica una negoziazione e contiene l’idea di un processo in corso, un accordo frutto di una ricerca, non rigido e definito una volta per tutte. Non è un contratto; il contratto è una intesa stipulata una volta per sempre che regolerà da quel momento in poi le relazioni tra i contraenti. Dopo la firma, le parti coinvolte si separano per non guardarsi più e non occuparsi più uno dell’altro, se non in caso di contenzioso.
E’ invece una alleanza tra generazioni che richiede di condividere un patrimonio di valori comuni, che oggi sembra drammaticamente mancare. Ha senso se è impegno reciproco, volontà di futuro, fiducia e speranza. Richiede assunzione di responsabilità, saper rinunciare all’interesse particolaristico in vista del bene comune, accettare compromessi e rinunce necessarie, vuol dire attraversare il guado e ci siamo dentro tutti, nessuno escluso.

Il conflitto non è una patologia della relazione e non va confusa con la guerra o lo scontro, che ne è la deriva antagonistica. Il conflitto è una richiesta di un nuovo equilibrio, è una sfida a rinnovare e vivificare il rapporto nella sua evoluzione storica. In questo senso lo stiamo vivendo intensamente su più fronti, ma a livello pubblico non sappiamo gestirlo.
Il patto di cui abbiamo bisogno ha il carattere di una rifondazione, di una ricostruzione ed è caratterizzato, in questa particolare declinazione, dal prefisso iterativo ri che invita al ripensamento, alla riflessione, al ritorno. Il patto generazionale deve essere rinnovato perché sono già mutati i parametri identitari di tipo generazionale, culturale, di genere, ma li cogliamo in modo non chiaro ed intermittente.
Il patto non coinvolge solo le generazioni i cui confini si sono fatti incerti, ma coinvolge anche i generi: il maschile e il femminile chiamati ad una resa dei conti, a chiudere con alcune eredità del passato per rilanciare una nuova forma di riconoscimento reciproco. Se le aspettative sono così alte, se la posta in gioco è tanto importante, viene spontaneo chiedersi come questo patto si potrebbe ri-costruire e di cosa ha bisogno perché funzioni. Le risposte non sono sugli scaffali delle librerie, né nei testi specialistici, non esistono ricettari o percorsi formativi già predisposti, però è necessario coltivare l’attitudine alla ricerca, alla vigilanza per spiare i segnali dell’alba nell’imbrunire.
Non possiamo ripartire solo dalla politica, ma dobbiamo ripartire piuttosto dai fondamenti etici, dai presupposti essenziali; in questo senso occorre interpellare efficacemente il passato per riprogettare il futuro. Come se dovessimo avanzare e procedere con  un andamento spiraliforme e secondo la sequenza del Dna che si avvolge in modo elicoidale ritornando parzialmente su se stessa per riallacciare la trasmissione interrotta.
 I giovani indignati?
Lo scontro generazionale che si sta profilando è indotto da situazioni economico finanziare e dal tradimento della politica, come appare dai cartelli issati nelle piazze dagli indignati che hanno preso sul serio l’imperativo categorico dell’anziano partigiano Stèphane Hessel, autore del best seller “Indignatevi!”, che ha riscosso un consenso planetario servendosi della carta stampata in barba ai social network e agli ebooks.

Ma gli indignados ad un anno dal loro prepotente e straripante esordio, non hanno ancora costituito una efficace alternativa strutturata e costruttiva. Questa rivolta non è il sessantotto e non ha nemici dal volto umano; non produce narrazioni e non ha generato un rinnovamento artistico: il tono dei cartelli oscilla dalla denuncia al sarcasmo, ma non lascia presagire una vera rinascita. A volte gli indignati sembrano clienti in fila, in rivolta perché, contrariamente alle aspettative, hanno scoperto che “non ce n’è per tutti”.
Ma come siamo potuti arrivare a questo punto? Chi ha tradito?
La risposta è nella stagnazione, nella mancanza di vigilanza, nel credere scontati ed acquisiti per sempre alcuni diritti, alcune conquiste, come se un circolo virtuoso perenne garantisse automaticamente la democrazia, il benessere, le pari opportunità. Alcune rimozioni hanno operato in chiave educativa e politica: in particolare ci siamo dimenticati che:
- tutto ciò che non si rigenera, degenera (la fruizione dei diritti, il progresso, le teorie pedagogiche);
- l’eterogenesi dei fini modifica la traiettoria virtuosa di un processo (l’allungamento del tempo dedicato alla formazione e all’istruzione che si tramuta in parcheggio e ritardo esistenziale);
- l’entropia consuma tutta la carica propulsiva ed energetica di un’idea, se non viene rinnovata e corretta in itinere.
Abbiamo rimosso la solitudine, la malattia, la vecchiaia e la morte, considerandole  come anomalie da correggere con la tecnologia.
In educazione e formazione abbiamo cresciuto Narcisi fragili che annegano nello stagno dell’autocontemplazione e della frustrazione. Non siamo stati per loro superfici riflettenti efficaci, ma specchi liquidi, cedevoli, pericolosi. E veniamo al punto: l’eclissi dell’adulto, sostituito dall’adolescente eterno, anzi dall’adultescente, che si rigenera che crede nella reversibilità di tutte le scelte. Coglie tutti gli attimi fuggenti, fuggendo con loro.
Tornate a bordo, c…..!
L’imperativo del comandante richiama tutti alle responsabilità e ci invita e riprendere i posti di combattimento, a non subire il richiamo gravitazionale verso il basso, a ritrovare una costruzione di senso che si può intuire o balenare, per ora, solo in modo narrativo, intuitivo, non strutturato contro la rassegnazione e il nemico più insidioso che è la narcosi, l’indifferenza.
Dove trovare la forza rigeneratrice: non nei testi specialistici, nei ricettari o nelle indagini sociologiche e politiche, ma nello scrigno dei saperi vecchi e sempre nuovi, nel pane di ieri, che come afferma Enzo Bianchi, priore di Bose, è buono anche domani, anzi, forse è buono solo domani. Ritrovare i maestri e rivivificarne il messaggio: occorre chiedersi non cosa Parole chiave.
Occorre il coraggio dell’adultità, insegnando il vero, recuperando il senso di alcuni termini che non si usano più non per impoverimento lessicale, ma per erosione del significato e del loro contenuto ci ricordano un mondo diverso che ha ancora molto da dirci, quello che era il pane di ieri:
Parsimonia              Frugalità
Sobrietà                  Condivisione
Convivialità             Discrezione
Pudore                    Verecondia
Verità                      Rispetto
Premura                 Scrupolo.
* * * *
 Questi sono stati gli argomenti della relazione di Antonella Fucecchi, arricchiti da aneddoti e storie che hanno rapito l’uditorio, che ha dimostrato verso di lei tanto interesse e trasporto. Abbiamo quindi chiesto ad Antonella di farci partecipi del suo “vissuto” del Convegno, in puro stile consulenziale, e lei ha accettato di buon grado di fornirci questa schietta e gradevole testimonianza delle sue emozioni e dei suoi stati d’animo prima e dopo la conferenza.
IL VISSUTO DI ANTONELLA
Il tema del patto generazionale scelto per l’incontro di formazione Aiccef assume effettivamente un notevole rilievo nell’attuale congiuntura socio economica del nostro paese caratterizzato, secondo una acuta definizione della Conferenza episcopale, dal “disastro antropologico”. I segnali del disagio sono molteplici e simultanei in ogni campo; in ambito educativo e familiare la trasmissione generazionale è in affanno da tempo, il passaggio del testimone avviene in modo difficoltoso o non avviene affatto, il patrimonio educativo del passato non sembra fornire risposte adeguate, mentre le più recenti notizie provenienti dal fronte economico e finanziario contribuiscono ad accentuare un clima crepuscolare generale, che favorisce i richiami metaforici alla notte, alle tenebre e alla perdita di bussole di riferimento, al declino della speranza.
Ben sapendo che la crisi investe le istituzioni e che attraversa tutta la spina dorsale del nostro sistema paese, in qualità di genitori, educatori, consulenti familiari siamo convocati in prima persona a ridefinire il nostro profilo e le nostre responsabilità, reagendo con resilienza alla sfiducia e alla tentazione della rassegnazione al male o all’inerzia.
Il tema del patto tra le generazioni si prefigge di affrontare in chiave di provocazione e di proposta una possibile traiettoria di recupero: ripartire dalle persone, dai soggetti coinvolti in una relazione familiare ed educativa, dalla qualità spesso deteriorata dei loro rapporti e dalla fecondità che una rinnovata alleanza potrebbe offrire ai giovani, disorientati e privati del futuro, e ai genitori o gli anziani in preda ad una difficile transizione di ruoli. Sempre che tra gli ex giovani, gli ever green, si assista all’eclissi dell’adulto,  che sa accettare il mutamento e la maturità  facendosi da parte generosamente quando è il momento. Conoscere quel momento è forse la prova più ardua per un formatore ed un educatore che desideri davvero rendere l’altro autonomo ed indipendente.
E’ con questo repertorio di immagini e con questo impianto concettuale che mi sono preparata gli argomenti previsti dal titolo dell’incontro, dopo aver condiviso la ripartizione dei temi con l’altro relatore.
La defezione del collega ha aperto un vuoto improvviso, ma anche offerto delle opportunità impensate, come spesso accade quando si deve modificare un percorso in itinere. Nella divisione originaria della relazione  la prima parte avrebbe dovuto descrivere il quadro generale e le coordinate di riferimento, mentre la seconda parte sarebbe stata  dedicata alle strategie e alle prospettive possibili.
La preparazione è risultata ardua e problematica, data la sostanziale assenza di una riflessione comune e condivisa da  parte degli autori generalmente consultati in questo tipo di incontri; a questo punto pertanto è maturata la decisione di procedere in modo autonomo e personale attingendo alla mia esperienza sul campo come insegnante, per esempio, usando l’aneddoto della traduzione dell’alunna che ha reso la frase di greco “la saggezza è causa di felicità” con ”l’abilità è causa di successo”: Difficilmente una statistica o una riflessione saggistica potrebbero esprimere con maggiore incisività ed evidenziare il clima etico in cui sono immersi i giovani e il tragico fallimento della trasmissione del patrimonio di valori e di principi, un insieme di saperi purtroppo non più condivisi.
Non è possibile parlare efficacemente di patto e di speranza se non si è in grado di spendersi e di esporsi in prima persona ricorrendo anche a situazioni vissute ed  eventi veramente avvenuti, e non presentati in modo accademico e cattedratico. Occorre evitare la tentazione di redigere e sciorinare un elenco ragionato di argomentazioni dosate come una “ricettina” di facile applicazione.
Dopo aver definitivamente raccolto pensieri e argomenti, ho affrontato l’uditorio del Clarhotel con serenità. Nutrivo delle perplessità dalla sera prima, non conoscendo il tipo di partecipanti e non potendo percepire la temperatura emotiva nella quale si sarebbe svolta la relazione, tuttavia l’affabilità di Rita e il suo calore mi hanno indotto a lasciarmi andare e ad affrontare l’incontro con la rassicurante ed intima certezza che sarei riuscita e trovare la chiave giusta.
In effetti, questa intuizione ha trovato conferma  immediata in una atmosfera tranquilla e fervida di attesa nella sala del convegno. In particolare, ho apprezzato la spontaneità e la freschezza di una ragazza che ha notato la mia collana e ha intavolato una breve e disinvolta conversazione sciogliendo anche le ultime riserve.
Quando il microfono è stato acceso e l’incontro ha avuto inizio, ho avvertito la netta sensazione che il clima di ascolto e di partecipazione avrebbe permesso una esposizione non solo serena, ma anche affettivamente viva. Ho deciso, quindi di affrontare la trattazione come se presentassi al pubblico non soltanto, come deve essere, il risultato di una ricerca, ma anche aspetti personali della mia esperienza, convinta che l’ascolto sarebbe stato empatico e condiviso.
Parlando, mi sono accorta di espormi in prima persona senza la blindatura delle tesi e delle argomentazioni libresche, rischiando effettivamente di scoprire lati in genere accuratamente nascosti, riponendo una totale fiducia nell’uditorio. E mi sono sentita accolta e seguita con partecipazione.
A questo punto la sequenza degli argomenti si è dipanata con una chiarezza evidente, e le osservazioni si sono spontaneamente concatenate assumendo valenza ed efficacia grazie all’atmosfera di affiatamento e di volontà di fare un tratto di cammino insieme. Ed è quello che è avvenuto, come ho poi constatato alla fine dell’incontro tornando a casa. E’ stata la prima volta in cui mi sono accorta di aver vissuto non una “performance” professionale, ma una autentica esperienza umana.
 Parlando delle differenza tra contratto e patto, ad esempio, è risultato particolarmente vero affermare che un contratto è una transazione che , dopo la firma, consente ai contraenti di voltarsi le spalle per sempre, mentre nel patto la stipula è solo l’inizio di una relazione in cui è necessario continuare a prendersi cura, in cui il percorso è segnato da un processo non lineare, non predeterminato, ma caratterizzato da tutte le incognite e le conflittualità che connotano una relazione educativa viva fatta da una alternanza di periodi e di ritmi diversi. Si cade spesso nella tentazione di cedere ai miti che nella nostra epoca sono particolarmente seducenti: il successo a tutti i costi, la felicità garantita, l’efficienza, l’espansione infinita del Sé, la reversibilità di tutte le scelte. Al contrario educare, sostenere nel cammino significa confrontarsi con la durezza del rifiuto, con la riottosa resistenza di chi non vuole o no sa farsi aiutare.
Sostare nel conflitto e abitare la terra di mezzo, guadare il fiume, vedere i segnali dell’alba nell’imbrunire sono le abilità necessarie per continuare a navigare in acque non tranquille. L’educatore, il consulente sono le sentinelle delle trasformazioni e sostengono tutti quei pesi che in situazioni di crisi nessuno vorrebbe avere sulle spalle. Occorre una buona dose di resilienza per non essere “la fiaccola sotto il moggio”, per rianimare il dialogo interrotto, ritessere le fila di rapporti rabbiosamente strappati, evitare, avendo cura di sé, di cadere nelle trappole del burn out e dello svuotamento di senso, specie in stagioni così aride ed ostili.
Tornare a bordo, allora, è un incoraggiamento a riprendere la navigazione con tutta la forza possibile, ben sapendo che assumersi delle responsabilità fino in fondo è l’unico modo per esercitare pienamente i propri diritti ed usare la libertà, essere fedeli al patto che abbiamo stipulato con le nostre famiglie, i nostri alunni, le persone che si affidano alla nostra competenza, per essere in tempi di giovanilismo imperante e di immaturità diffusa, non degli adolescenti infiniti, ma degli adulti credibili.


Il Presidente onorario si complimenta con la relatrice
***
I GRUPPI DI LAVORO E
I TEMI SVILUPPATI NEI LABORATORI
 


Dopo la relazione di Antonella Fucecchi (molto seguita ed apprezzata dai partecipanti, e che ha ricevuto i complimenti del Presidente onorario dell’AICCeF Luciano Cupia), l’uditorio come di consueto  è stato diviso in Gruppi per approfondire l’argomento della Giornata. I temi affidati ai gruppi di lavoro, per svilupparli nei laboratori sono stati:
- .1 Recuperare il dialogo tra le generazioni: come il C.F. può aiutare gli “educatori” (genitori, insegnanti, animatori..) in consulenza familiare,  nei consultori/ centri di consulenza, a scuola ecc. Ipotesi e strumenti. Rosetta Francesca
- 2. La cultura dell' “origine” in consulenza familiare: tradizione e innovazione si incontrano nella narrazione personale, di coppia, familiare e infragenerazionale. Valorizzare la consulenza familiare come strumento narrativo. Rita Roberto e Rosalba Fanelli
- 3. La conoscenza di sé come nascita: la consulenza familiare come educazione alla cura di se stessi, alla ri-nascita. Renata D’Ambrosio  e Dora Turchetti
- 4. Essere-con : la consulenza familiare come educazione alla relazione, alla cura dell'altro, della famiglia e della comunità. Anna Trupo
- 5. Educare alla cura del senso in consulenza familiare: la responsabilità verso il futuro di trasmissione delle regole e dei valori. Ipotesi e strumenti. Claudia Monti e Gabriella Puzzarini
 - 6. Mediaeducation: la necessità per i genitori di educarsi all’uso dei nuovi media, per aiutare i figli a costruire un rapporto equilibrato e responsabile con i mass media. Mirella Papini e Lorenzo Salvadori Amadei, esperto informatico, che gentilmente si è offerto di portare la sua esperienza in questo campo.


I Festeggiamenti durante la pausa


Durante la meritata pausa del pranzo la Presidente ha approfittato per avviare i primi festeggiamenti dell’anniversario dell’AICCeF: una piccola ma significativa torta di compleanno con 35 candeline a simboleggiare la gioia di tutti per essere Consulenti Familiari, l’”ascolto che accompagna” come dice Luciano Cupia, e l’orgoglio di appartenere ad una organizzazione professionale antica, solida e qualificata.


Spegnere le candeline di questi primi trentacinque anni di attività è stato come vedere scorrere davanti agli occhi tutti i protagonisti che, in questo periodo hanno dato lustro all’AICCeF, dai Soci fondatori, che hanno creduto fermamente in un ideale e si sono adoperati per realizzarlo, a quelli che hanno scritto e pubblicato con l’intenzione di condividere principi e divulgare idee, da quelli che hanno fatto formazione con l’intento di trasmettere e tramandare, a quelli che hanno semplicemente praticato questa particolare condizione dell’essere e del porsi in relazione d’aiuto.
Guardando a quanto è stato fatto in questi anni, a quanti traguardi abbiamo raggiunto, a quanta consapevolezza di noi stessi possiamo attingere, viene spontanea la voglia di proseguire con tenacia e determinazione su questa strada difficile, faticosa, contrastata ma piena di soddisfazioni!
 Il Presidente in carica e due Presidenti onorari spengono le candeline
 Il brindisi con tutti i partecipanti

I LAVORI DEI GRUPPI
Riportiamo di seguito i resoconti dei Gruppi di lavoro ed, in sintesi, i loro pregevoli prodotti.



GRUPPO 1. Conduttore: Rosetta Francesca. Resoconto di Licia Serino col contributo grafico di Maria Cristina Cinti.
Il gruppo si è all'inizio soffermato sull'intervento della relatrice Antonella Fucecchi e ha ritenuto opportuno rileggere a voce alta l'abstract relativo al suo intervento. Da questa lettura sono scaturite osservazioni personali relative al  rapporto genitori figli, un autoascolto spontaneo, durante il quale alcuni di noi hanno voluto condividere aspetti del proprio essere figlio/a e/o genitore, e da cui è scaturita la riflessione su quale sia l'importanza dei ruoli nello sviluppo di una persona.
I lavori sono proseguiti nel pomeriggio in base al tema che il nostro gruppo doveva sviluppare: Recuperare il dialogo fra le generazioni: come il C.F. può aiutare gli “educatori” . Ipotesi e strumenti.
Riporto qui di seguito la scheda  con le parole esatte scelte dal gruppo, così come è stata compilata durante i lavori:
Parole chiave positive che vogliamo trasmettere ai giovani
   PRESENZA
   ESSERCI (nella relazione)
   CONTATTO, ASCOLTO
   CONSAPEVOLEZZA DEL PROPRIO VALORE ACCOGLIENZA
   FIDUCIA(credere che l'altro abbia le risorse per trovare la sua strada)
   RESPONSABILITA' (fare da ponte)
   EMPATIA (comprensione dei bisogni)
Parole chiave negative che vogliamo abolire nella relazione/comunicazione con i giovani
    IDEE PRECONCETTE VERSO I GIOVANI (le spinte)
   RASSEGNAZIONE
   DELEGA
   etichettare: SEI SEMPRE..'(proiezione)
   POSSESSO
   LINGUAGGIO VOLGARE
   VIOLENZA
   ASPETTATIVE
La definizione e la trasmissione di regole tra le generazioni: quale comunicazione efficace? PROPOSTE:
   CONSAPEVOLEZZA del proprio ruolo (di genitore)
   CONSAPEVOLEZZA del bene del figlio
   REGOLE che discendono dai valori e che richiamano il genitore alla coerenza (ad es. “Metti  in ordine le tue cose dopo lo sport”)
   RESPONSABILIZZARE
   EDUCARE AL RISPETTO DEI PROPRI CONFINI
   SAPER DIRE “NO”
Quali responsabilità abbiamo come consulenti familiari nel favorire il passaggio di testimone in famiglia
   RUOLO SOCIO-EDUCATIVO
   CREDERE E AVERE FIDUCIA NELLE RESPONSABILITA' DELL'ALTRO
Quale patto educativo di famiglia possiamo ipotizzare e proporre per favorire l'autonomia dei suoi componenti e il passaggio generazionale?
   CONSAPEVOLEZZA DEL PROPRIO RUOLO
   EDUCAZIONE ALLA CONOSCENZA, SCOPERTA E RISCOPERTA DEI PROPRI VALORI
   DARE VALORE E INCORAGGIAMENTO ALL'APPORTO/  VISIONE DEI GIOVANI
   IMPARARE DAGLI ERRORI
   PASSAGGIO DAL MODELLO DI PERFEZIONE AL MODELLO DI UMANITA'
Quale patto educativo di comunità (lavoro di rete) possiamo ipotizzare e proporre per favorire la sinergia su valori condivisi?
   INTERESSE E PARTECIPAZIONE AL PROGETTO DEL PROPRIO FIGLIO
   RICONOSCERE E PROMUOVERE LE RISORSE PRESENTI NEL TERRITORIO

Le parole inserite nella tabella sono state accuratamente scelte e condivise da tutto il gruppo, che ha discusso con calore e partecipazione. Credo che l’estrema sintesi del lavoro, che è stata espressa durante la presentazione, sia quella di riscoprire l'importanza dei ruoli e anche l'importanza di riconoscere nel figlio una persona, che va soprattutto ascoltata e incoraggiata, nel rispetto delle regole e dei valori condivisi.
E' stato  anche  sottolineato il fatto che dove non è stato attuato un progetto di “coppia”, difficilmente si potrà attuare un progetto di “genitorialità”.

GRUPPO 2. Conduttori Rita Roberto e Rosalba Fanelli. Resoconto di Ivana De Leonardis
Nel nostro gruppo, guidato da Rita Roberto e Rosalba Fanelli, ci siamo confrontati sul valore della narrazione nella consulenza familiare e come questa narrazione possa essere un bagaglio da cui “attingere” strumenti capaci di creare alleanza, anche generazionale. Quando un cliente si rivolge ad un consulente familiare gli porta la propria storia personale e gliela consegna in una narrazione che assume il carattere del dipanarsi di una matassa fatta di parole, di gesti, di segnali verbali e non verbali che hanno contribuito a “formare” la vita del cliente, a dargli spessore e sapore, a volte gradevole a volte molto meno. Anche il consulente familiare fa narrazione con il cliente, in una comunicazione che è fatta di ascolto e di accoglienza innanzitutto e poi di restituzione di un vissuto arricchito di nuove parole o rispolverato di quelle parole capaci di rigenerare le risorse del cliente.
Se dovessi dare un titolo al nostro lavoro lo chiamerei “Le parole che non (o ti ho) detto”, citando un famoso romanzo di Nicolas Sparks da cui è stato tratto anche un film. Nel gruppo, infatti, siamo andati proprio alla ricerca di quelle parole che all’interno di una narrazione hanno o hanno avuto in sé una forza vitale e creativa e quelle che invece generano isolamento, ripiegamento su di sé, ansia e solitudine, non accettazione, non alleanza. E’ stato un lavoro molto bello ed intenso perché ci ha chiamati a riflettere su noi stessi non solo come consulenti familiari ma come individui e quindi anche come genitori, figli, insegnanti, educatori, e in fin dei conti essenzialmente come “persone di relazione e in relazione”. Sappiamo bene, infatti, che la relazione non è solo un andare verso l’altro ma anche un dialogo con se stessi, un aprirsi in primo luogo all’auto-ascolto del proprio mondo interiore per essere aperti all’accoglienza del mondo dell’altro. Credo sia stato molto piacevole, proprio in questa dimensione di auto-ascolto, il poter viaggiare nel mondo dei nostri ricordi, dei nostri vissuti personali, per poter ripescare, tra le tante parole che ci sono state dette, quelle che ci hanno lasciato un messaggio positivo e quelle che ci hanno mortificato o segnato negativamente. “Le parole sono importanti!” diceva una famosa battuta di Nanni Moretti ed è indubbia la forza che una parola può sprigionare, sia quando è parola che bene-dice che quando è parola che male-dice. Il nostro auto-ascolto si è trasformato a sua volta in narrazione, lasciando scorrere le emozioni evocate da ricordi che affondavano le loro radici in un tempo lontano, in un tempo di guerra fatto di privazioni o in un passato più recente ma ugualmente significativo. Tra le parole dette, ascoltate, accolte e trasmesse, abbiamo scelto di custodirne le seguenti, come tesoro da poter riconsegnare a chi ci sta vicino, figlio, amico, compagno o cliente di consulenza che sia:
-                Speranza: è il valore di chi nutre la fiducia che il domani possa essere diverso, e che proprio tu lo puoi rendere diverso. E’ l’apertura alla possibilità del cambiamento, come lo spiraglio di luce che buca il buio della notte.
-                Solidarietà: come valore cha dà il senso alla persona nella sua dimensione relazionale, nel suo non essere monade isolata, ma creatura bisognosa dell’altro;
-                Progetto: è il ponte che proietta la vita verso il futuro, e con cui la persona può trovare anche l’ispirazione e lo slancio verso la propria realizzazione;
-                Gratuità: è il valore che si oppone all’individualismo, al tornaconto personale, è la gioia di darsi per l’altro in maniera incondizionata e libera;
-                Memoria: non solo come capacità di trattenere delle informazioni, ma come capacità di fare memoria, cioè di leggere e rileggere la propria esistenza con quei tratti dell’oggi che sono il frutto di un passato e con lo sguardo proteso verso il futuro;
-                Ricerca, Ri-definire e Ri-definirsi, Ri-scoperta: tutti siamo sempre alla ricerca del senso della vita e la ricerca di questo senso passa anche attraverso la capacità di ridefinire le cose e le esperienze e quindi di ridefinire se stessi in un equilibrio (dal sapore molto Rogersiano) tra  permanenza ed evoluzione, stabilità e cambiamento in una ri-scoperta della propria storia personale non per obbligo ma per scelta;
-                Frugalità: una parola quanto mai attuale in questi tempi di crisi economica, ma questa volta il termine frugalità viene scelto come invito a fare contatto con se stessi, con le istanze più profonde dell’individuo. La persona che riesce ad acquisire e a mantenere un buon contatto con il proprio mondo interiore e valoriale, non perde se stesso, anzi al contrario “si guadagna” e di conseguenza e non sperpera neanche il tempo, le amicizie, i sentimenti, i soldi e le parole perché sa dare ad ognuna di queste cose il giusto valore e la giusta importanza;
-                Pazienza: il “portare pazienza” non è solo la virtù dei forti, ma anche la capacità del saper aspettare che le cose maturino al tempo giusto, che le esperienze della vita acquistino sapore non solo nella contingenza del qui ed ora, ma nel diluirsi e dilatarsi del tempo che conferisce alle esperienze stesse significati nuovi e forse più profondi. E’ la capacità di saper leggere il proprio passato sotto una luce diversa perché “lasciato decantare” magari nei suoi aspetti più dolorosi, ma anche la capacità di continuare a “piantare il proprio seme” nel giardino dell’esistenza, con la consapevolezza, la speranza e l’ottimismo, che i frutti arriveranno.
-         Prendersi cura: cura ed attenzione verso se stessi e verso l’altro, che è il primo atteggiamento per costruire buone relazioni.
Ecco, invece, le parole e le espressioni che il nostro gruppo ha ritenuto meno capaci di creare alleanza nella relazione e non solo nel rapporto cliente-consulente, ma nella relazione in generale:
-                Non è colpa mia”: il voler deresponsabilizzarsi rispetto alle situazioni o alle persone come giustificazione al non voler fare la propria parte;
-                Il giudizio, la critica e il non saper discernere la semplice osservazione dei fatti da una valutazione e quindi da un giudizio soprattutto di disvalore sulle cose o sulle persone;
-                Devi essere coerente”, inteso come la richiesta di una fissità ad un pensiero, un’idea o ad un comportamento, se questa “fissità” diventa ostacolo al cambiamento, rigidità ad aprire i propri orizzonti a ciò che è altro da se stessi, mancanza di elasticità, chiusura;
-                Ho ragione io”: quando diventa la pretesa a possedere la ragione e il senso delle cose e non ci si lascia interpellare dalle ragioni dell’altro, dal suo punto di vista, dal suo vissuto;
-                Trascuratezza, non presenza: come atteggiamento che a livello verbale si traduce nei vari: “non mi importa, non mi interessi, non ho tempo…”. E’ la chiusura verso la relazione.
-                “Sbrigati, fai in fretta, non vedo l’ora che…”: sono le frasi dell’impazienza, del non saper aspettare che il tempo faccia il suo effetto, il voler vedere subito il risultato sperato concretizzarsi sotto i nostri occhi, è il non lasciare che l’altro emerga secondo i propri tempi e le proprie attitudini.
Dopo esserci messi in ascolto di noi stessi e degli altri, abbiamo cercato di focalizzare quali atteggiamenti positivi sentiamo che ci appartengano quando siamo chiamati a costruire la nostra  relazione con il cliente all’interno di una consulenza. Abbiamo riscoperto e valorizzato innanzitutto l’atteggiamento dell’apertura, dell’accoglienza, dell’ esserci per il nostro cliente, nella consapevolezza che tutti abbiamo bisogno l’uno dell’altro, nella condivisione delle proprie presenze reciproche, perché noi siamo lì per il cliente ma è anche vero che il cliente è lì per noi, per darci qualcosa di sé, quel qualcosa che in qualche modo ci interpella, ci stimola, ci mette a nudo e qualche volta ci mette anche un po’ “scomodi”. Abbiamo riscoperto il valore della nostra presenza come compagni di un viaggio che il cliente compie dentro se stesso, alla ricerca di un senso o di significati perduti o appannati. Noi siamo lì, con le nostra forza ma anche la nostra fragilità, a volte come un specchio che riflette chiaramente i significati della narrazione che il cliente ci offe, a volta come uno specchio un po’ appannato dalle nostre limitazioni, ma anche il rimandare con grande onestà al cliente la nostra opacità e imperfezione ha la valenza di esprimere innanzitutto il nostro saperci accettare così come siamo e questo offre al cliente la possibilità di fare altrettanto verso se stesso, nella logica del “IO SONO OK, TU SEI OK”  e del “NON ESSERE PERFETTI E’ OK”. Abbiamo infine preso coscienza dell’aspetto maieutico del consulente familiare, che come un’ostetrica, aiuta a portare alla luce il cliente, lo sostiene nel momento in cui riaffiorano le sue energie vitali, in cui dà vita al cambiamento, con quella gratuità del cuore che sola ti permette di avere coscienza che il cliente non appartiene al consulente, così come il bambino che viene alla luce non è della levatrice e neanche di chi lo ha messo al mondo. E’ di se stesso e basta.
Una piccola considerazione prima di concludere questo resoconto del nostro lavoro di gruppo. Abbiamo vissuto questo tempo in un clima di grande condivisione e in qualche momento anche di emozione. La prima alleanza è stata proprio quella che si è creata tra di noi, tra persone con le esperienze di vita più disparate, tra consulenti familiari di “più lontana data” e quindi di grande esperienza e consulenti familiari “più giovani”. E’ stato piacevole ascoltare le esperienze di chi ha tanto da insegnarci perché tanto ha sperimentato (mi riferisco a Rosalba, Adriana e la stessa Rita), raccontate con la saggezza propria di chi ha saputo fare tesoro di ciò che ha vissuto e lo sa tramandare agli altri come un dono da condividere per il bene di tutti. In questo senso abbiamo sperimentato direttamente quanto il “rendere omaggio alla propria origine” valorizzare il proprio passato, possa avere il valore di una bussola che orienta la nostra vita presente e la dirige verso il futuro. Ci siamo raccontati la bellezza del nostro essere consulenti familiari, di ciò che ci dà forza ed è la nostra forza, ma anche dei nostri momenti di fragilità in cui il prendersi cura di sé è il segno di un voler bene a se stessi e agli altri (e qui il ringraziamento è per Giovanni). Credo che la migliore conclusione a questa relazione sia il riportare le bellissime parole con le quali Rita Roberto ha scelto di chiudere i nostri lavori: “Siamo tutti diversi per competenza e stato d’animo, ma abbiamo tutti lo stesso valore di persona”.

GRUPPO 3. Conduttori: Renata D'Ambrosio e Dora Turchetti.
Il tema del nostro gruppo era: la conoscenza di sé come nascita e rinascita.
La riflessione del gruppo si è orientata sugli stimoli che via via emergevano spontanei. Ciò che maggiormente si è condiviso è stata la consapevolezza della centralità ma anche della particolare difficoltà della problematica generazionale in questi tempi, per molti versi duri e difficili da decifrare.
Ascolto e auto-ascolto
Reduci dall'ascolto della relazione della professoressa Fucecchi sentivamo molte emozioni e spunti di riflessione: ci ha parlato con competenza ma anche al cuore e molte cose sono passate.
Una componente del gruppo ha detto che, attraverso la simbologia del mito, ha potuto rielaborare e accettare in modo più maturo la fragilità dei suoi genitori, per riappacificarsi con loro.
Ci sono stati anche molti silenzi di intima riflessione perché l'importanza, la complessità e il coinvolgimento dell'argomento era tale da farci rifuggire dalle facili parole e  risposte.
Insieme abbiamo cercato di superare lo sgomento del vivere questi giorni di grande incertezza per i giovani ma anche per gli adulti per poter essere positivi e propositivi.
Parole chiave positive che vogliamo trasmettere ai giovani
- Condivisione: dare il nostro tempo, essere empatici, capire il loro linguaggio anche non verbale
- Opportunità: saperle vedere noi stessi per aiutarli a coglierle, pur nelle difficoltà.
- Autocontrollo: non onnipotenza e comportamenti autodistruttivi ma aiutarli a prendersi cura di sé, a riconoscere ciò che è veramente buono e importante per sé.
- Impegno: stimolare il valore dell'impegno e della conquista anche se costa fatica.
- Fiducia e speranza: non perderle prima di tutto noi e trasmetterle in un continuo esercizio di resilienza.
Parole negative che non vorremmo più sentire:
Individualismo, fruga nei valori vuoti, fuga dalle responsabilità, culto della bellezza e dell'eterna giovinezza, mancanza di progettualità, ansia, paura, resa.
Trasmissione di regole e valori
La congruenza come presupposto. La presenza: per esserci, vederli, ascoltarli. Trasmissione di affettività sempre. Sapere cosa fanno. Lealtà. Tenerezza e chiarezza nella comunicazione. Comunicare senza timore di perdere autorevolezza, riconoscendo anche i nostri errori, ma tenendo ferma la consapevolezza dei ruoli.
Sempre a bordo insieme, senza abbandonare la nave.
Alla fine del lavoro Angelo ci ha lasciati con un'immagine molto bella ed efficace: ci ha detto, da medico, che nel corpo tutto collabora in modo integrato ed armonico al buon funzionamento, attraverso interventi di supporto, modificazioni e integrazioni. Dobbiamo saper agire in questa ottica: collaborare, proteggere, sopportare e comunicare come fa il nostro corpo.

GRUPPO 4. Conduttrice: Annamaria Trupo e suo resoconto.
Il gruppo, chiamato a riflettere sul tema: Essere – con: la consulenza familiare come educazione alla relazione, alla cura dell’altro”, .riunitosi subito dopo l’ascolto della relazione della prof.ssa Fucecchi,  si è soffermato ad apprezzare gli spunti che sono stati forniti durante la mattinata e come sono stati esposti. Rivivere lo spaccato sociale che proviene dal mondo della scuola, ha portato ad alcune considerazioni. Per esempio: non si può dare una regola per tutti i giovani; non devo diventare altro da chi voglio essere; bisogna imparare a stare accanto; la difficoltà generazionale si può riscontrare anche con i nuovi giovani consulenti; a volte anche gli insegnanti non sono adulti; la tecnologia toglie la relazione. Tutti hanno concordato che la solitudine delle nuove generazioni è anche la solitudine dei genitori, entrambi non riescono a riempire il vuoto affettivo.
Abbiamo ricercato le parole chiave positive che vogliamo trasmettere e quelle negative che vogliamo abolire nella relazione/comunicazione con i giovani. Ne diamo una breve sintesi:
PAROLE POSITIVE che vogliamo trasmettere:
Coraggio                 Calma
Pazienza                 Fiducia
Senso                     Significato
Cambiamento         Rigenerarsi
Grande                   Effatà (apriti)
Appartenenza         Forza
Resisti                    Condividi
Responsabilità        Attesa
Consapevolezza      Puoi
PAROLE  NEGATIVE che vogliamo abolire:
Solitudine                Vuoto
Sbrigati                   Scorciatoia
Fragilità                  Incapacità
È intelligente, ma non si applica!
Irresponsabilità        Quantità
Potrebbe, può dare di più!
Inadeguatezza        Non abbastanza
Trascuratezza         Indifferenza
Zitto                        Scemo
Tanto non ce la farai mai!
Ai miei tempi           Chi ti credi di essere
Devi – non devi       Non sei figlio mio
Sparisci!
Come consulenti abbiamo anche noi delle responsabilità nel favorire il passaggio di testimone e nel solidificare il patto educativo sia in famiglia, che nella comunità. Il gruppo si è confrontato a lungo su questo punto e si sono concordate delle linee da suggerire sia ai genitori che ai figli:
-             dare dei ruoli ai vari componenti della famiglia, in particolare ai figli ciò serve a farli sentire importanti;
-             aiutare i figli nell’elaborare strategie, anche intercambiabili;
-             aumentare l’autostima;
-             avere fiducia nella propria capacità di farcela;
-             dare un senso alla propria vita;
-             far sentire i figli amati;
-             attivare le risorse;
-             confrontarsi;
-             essere autentici;
-             avere la consapevolezza che non c’è un ricettario;
-             stimolare l’adultità, il senso di realtà delle cose;
-             ritrovare il “buon senso”

GRUPPO 5.

GRUPPO 6. Conduttrice Mirella Papini, l’esperto di informatica Lorenzo Salvadori Amadei, resoconto di Maurizio Qualiano.
Il nostro Gruppo di lavoro è stato un po’ sui generis in quanto ci è stato assegnato il tema della Media Education (tradotto per i non addetti: educazione alla conoscenza e all’uso dei moderni strumenti di comunicazione di massa), ed abbiamo approfittato della gentile partecipazione di Lorenzo Salvadori Amadei, esperto in comunicazione web e socialnetwok, fondatore dell’Istituto per la Prevenzione del Disagio Minorile (www.ipdm.it), che ci ha introdotto, in modo magistrale, nel mondo della comunicazione della rete, guidandoci attraverso i sistemi e gli strumenti di comunicazione/relazione del web, e facendocene cogliere appieno tutti i rischi e tutte le opportunità.

Dopo una breve fase di autoascolto, in cui ci siamo scambiati le reciproche esperienze sull’argomento, Lorenzo ha iniziato a spiegare l’ideologia della rete, facendoci riflettere che la visione che ne ha un adulto è quella di un modello tecnologico complesso, di un sistema tecnico di trasmissione di dati e immagini. E ciò dipende dalla sua cultura umanistica fortemente legata all’esperienza dell’evoluzione tecnologica degli ultimi secoli.
La visione di un adolescente, invece, è completamente diversa, perché internet è per lui un mezzo di informazione, un luogo di aggregazione, un fluido e costante sistema di comunicazione e di scambio. La visione della rete deriva dalla sua esperienza diretta con i numerosi supporti con cui è venuto in contatto fin dalla nascita.
E più gli elementi della rete si evolvono, seguendo il progresso tecnologico, più conseguentemente si allarga la forbice di comprensione e di utilizzo che divide le generazioni.
La rete di oggi (contrariamente alla prima rete che si configurava come l’unione di sistemi che accedevano simultaneamente alle stesse informazioni) si presenta come uno strumento “interattivo” e “proattivo”, in grado non solo di fornire informazioni ma di riceverne e di modificarsi sulla base di ciò che viene inserito. La Logica del “Web 2.0” si basa sulla Decentralizzazione, con innumerevoli fonti di informazione e di servizi; sulla Partecipazione, in quanto la produzione di contenuti è affidata agli utenti; sulla Interoperabilità, perchè le funzioni e i dati del web possono essere riutilizzate, remixate e aggregate innumerevoli volte.
Siamo passati poi ad esaminare i vari strumenti/servizi messi a disposizione della rete, che i giovani utilizzano in modo costante.
BLOG è l'abbreviazione di web log e indica un sito web autogestito, dove possono essere pubblicate in tempo reale notizie, informazioni, opinioni o storie di ogni genere, testimonianze e confessioni. Il blog è uno strumento di libera espressione che tiene traccia (log) degli interventi dei partecipanti. Un blog può essere personale, un diario online costantemente aggiornato che tutti possono leggere, oppure può essere uno spazio sul web attorno al quale si aggregano navigatori che condividono interessi comuni.
Le CHAT (chat room) sono quei sistemi di scambio sincrono di informazioni, ovvero quei sistemi che consentono a due utenti di essere in contatto, purchè entrambi contemporaneamente davanti ad un computer.
La CHAT ROULETTE è invece un diabolico sistema di video chat (cioè di video chiamata al buio), in cui i partecipanti non sanno chi verrà ad affacciarsi allo schermo (e, soprattutto, come…) ed è un modo per fare conoscenze bizzarre o per esibirsi nei modi più stravaganti. Lorenzo ci ha mostrato in diretta questo sistema, mediante un utente-civetta con cui si è collegato con una chat roulette. Gli utenti che si sono affacciati per pochi attimi, da varie parti del mondo, erano tutti adolescenti, soli o in gruppo, un po’ curiosi e un po’ annoiati!.
I SOCIAL NETWORK sono quei sistemi che possono fungere da aggregatori sociali, ovvero quei siti dove è possibile acquisire una propria “bacheca” da comporre, aggiornare e modificare a piacimento. Facebook, per esempio, il più famoso dei social network, ha nel mondo più di 500 milioni di utenti e sono in continuo aumento
La vera forza dei Social Network è la profilazione che l’utente è chiamato a fare, per dare contenuto al suo profilo, alla sua identità. E più dati, notizie o foto si inseriscono nel profilo personale, più il Social network crea categorie di utenti, che suddivide per gusti, aspirazioni e desideri, da offrire poi agli inserzionisti per una pubblicità mirata e personalizzata. Non tutti sanno che ciò che si inserisce nei profili personali (notizie, foto, immagini), rimane proprietà dei socialnetwork per 70 anni. E non è capitato una sola volta che foto pubblicate nei propri profili sono state la causa di mancate assunzioni, di licenziamenti o di altre spiacevoli conseguenze.
Gli aspetti negativi che possono accadere nell’uso di socialnetwork riguardano le Informazioni personali e private che
• possono essere diffuse a persone con cattive intenzioni;
• possono danneggiare la reputazione di un ragazzo (o di un genitore o un amico);
• possono dare luogo a commenti diffamatori, osceni o razzisti;
• possono creare bullismo su compagni di scuola o parenti;
Inoltre c’è il rischio di imbattersi in contenuti non appropriati:  pornografici, violenti, autodistruttivi (disordini alimentari, abuso di sostanze stupefacenti ecc.), oppure avere contatti indesiderati, come il Cyber-bullismo (molestie tra pari), proposte commerciali aggressive ed infine l’adescamento (a fini di pedofilia).
Nei primi 9 mesi del 2011 il numero dei siti Internet a contenuto pedopornografico è aumentato del 47%. Oltre il 35 % delle segnalazioni ricevute riguarda i Paesi Bassi, che si aggiudicano il triste primato
di nazione con la più alta concentrazione di materiale pedofilo diffuso in rete.
Ma con tutto ciò il fenomeno è in continuo aumento. Il bisogno irrefrenabile dei giovani di oggi di esibirsi, di mostrare le loro capacità (sia a parole sia con i filmini fatti con i telefonini), di manifestarsi al mondo per quello che sono e anche per quello che non sono, in poche parole il bisogno di esserci, attira un numero elevatissimo di ragazzi e abbassa sempre di più l’età di approccio e partecipazione alla festa del web.
Navigando in uno di questi siti abbiamo visionato la bacheca di una ragazzina di 15 anni di Bergamo, che aveva postato (inserito) 15 sue foto (fatte in campagna, anche banali). Bè le foto avevano avuto 3000 visualizzazioni e il profilo della ragazza aveva più di 21.000 fans!
Non nascondo che, dopo la conclusione dell’ esposizione di Lorenzo avevamo tutti la testa in subbuglio e una leggera tachicardia.
Ma da bravi consulenti abbiamo immediatamente attivato le nostre capacità e riflettuto che per contrastare questi richiami bisogna fornire protocolli di azione agli utenti e ai genitori. Perché la rete riempie i vuoti affettivi e familiari, offre un rifugio accattivante rispetto alle assenze, alle incomprensioni e alla superficialità, la rete non giudica, non critica e non impone, la rete permette di esprimersi, di manifestare il proprio valore e di essere considerato un individuo completo.
La azioni di contrasto non possono che essere finalizzate a una maggiore considerazione dei ragazzi/giovani come persone: dedicarsi all’ascolto dei loro perché, allo scambio di idee, a trasmettere valori, principi e ricordi, ad essere sempre consapevolmente informati su cosa fanno e come lo fanno, ad entrare in contatto con il loro mondo ed a parteciparvi, in poche parole ad esserci!