COME RICOSTRUIRE IL PATTO GENERAZIONALE
IL CONSULENTE ALLA RICERCA DI NUOVE STRATEGIE DI DILALOGO GIOVANI-ADULTI
Oggi la generazione adulta non perde occasione per
criticare nei giovani ciò che anch’essa ha contribuito a produrre. Li accusa di
non avere ideali e valori, di essere vuoti e indifferenti al mondo, di interessarsi
solo ai beni materiali. Le
giovani generazioni, dal canto loro, denunciano l’incapacità nella generazione
precedente di trasferire valori e creare prospettive future, e la volontà di
impedire la transizione per rimanere eternamente giovani.
E
quindi, di fronte a questa situazione il Consulente Familiare si trova a
gestire dialoghi tra sordi ed a registrare continuamente disagi e dissapori
nelle famiglie in cui il Patto non viene rispettato, compreso o applicato. Per
questo motivo Il Consulente Familiare è alla
ricerca di nuove strategie di dialogo giovani-adulti”.
La
Giornata è stata introdotta dalla Presidente Rita Roberto, che, prima di
introdurre i relatori e i lavori, ha condiviso festosamente con i presenti la
ricorrenza dei 35 anni di vita dell’A.I.C.C.e F. fondata nel 1977.
Infatti
il 5 febbraio di quell’anno, un gruppo di sognatori stabilì presso uno studio notarile di Bologna, di creare un Associazione
di Consulenti seria, solida e professionale
(n.d.r.= l’edizione integrale dell’Atto costitutivo è stato pubblicato nel
numero 3, pag.14, del 2010 de “Il Consulente Familiare”), che servisse da
punto di riferimento, fonte di formazione e laboratorio di esperienze ai tanti
Consulenti che operavano in ogni parte d’Italia. E da 35 anni funziona proprio
così…
Prima
di dare la parola ad Antonella Fucecchi, la Presidente si è soffermata sulla
presentazione del CEM «Centro
educazione alla mondialità» che è un’Associazione nazionale che ha lo scopo di
diffondere la cultura del dialogo, della pace, della solidarietà, dei diritti
umani e dell’ambiente e la convivialità delle differenze ed ha molteplici
attività, edita una rivista mensile, fa corsi di formazione, un convegno
nazionale annuale, collane di testi e molto altro. Il CEM usa il metodo
dell’interculturalità e opera soprattutto nel campo dell’ educazione, della
formazione e delle istituzioni scolastiche. Per questi motivi l’AICCeF
tiene particolarmente ad incontrare voci autorevoli del CEM, perché si aprano momenti di riflessione su
temi cari ad entrambe le Associazioni e possibili collaborazioni.
Mettere in sinergia il CEM e l’AICCeF è un importante traguardo visto che la
prima si occupa di formazione a scuola e di educazione alla mondialità e la
seconda di famiglia a 360°. Due “agenzie” educative e di sostegno alla
formazione degli adulti e delle nuove
generazioni che viaggiano verso il medesimo obiettivo: costruire un nuovo patto
generazionale per un presente e un futuro migliori facendo tesoro delle “radici”.
La
Presidente ha quindi introdotto la relatrice Antonella Fucecchi (a causa di una
indisposizione il collega Antonio Nanni non è potuto venire), che ha parlato
del Patto generazionale e dell’attuale fase del dialogo giovani-adulti.
Antonella
Fucecchi è docente di lettere al Liceo Tasso di Roma, collaboratrice della
rivista Cem Mondialità, è autrice di
strumenti e percorsi didattici in chiave interculturale, si interessa di
processi di integrazione culturale ed ha scritto: I grandi libri dei popoli. Quaderni dell’interculturalità EMI 2004,
Didattica interculturale della lingua e
della letteratura, in Quaderni dell'interculturalità 1998, ed insieme ad
Antonio Nanni ha pubblicato: Come nasce
un italiano.150 anni per capirlo. EMI 2011; Rifare gli italiani EMI 2011.
IL PATTO GENERAZIONALE
Relazione dei Antonella Fucecchi
Cosa
si intende per patto: la parola deriva dal verbo latino paciscor, imparentato con pax, che indica una negoziazione e
contiene l’idea di un processo in corso, un accordo frutto di una ricerca, non
rigido e definito una volta per tutte. Non è un contratto; il contratto è una
intesa stipulata una volta per sempre che regolerà da quel momento in poi le
relazioni tra i contraenti. Dopo la firma, le parti coinvolte si separano per
non guardarsi più e non occuparsi più uno dell’altro, se non in caso di
contenzioso.
E’
invece una alleanza tra generazioni che
richiede di condividere un patrimonio di valori comuni, che oggi sembra
drammaticamente mancare. Ha senso se è impegno reciproco, volontà di futuro,
fiducia e speranza. Richiede assunzione di responsabilità, saper rinunciare
all’interesse particolaristico in vista del bene comune, accettare compromessi
e rinunce necessarie, vuol dire attraversare il guado e ci siamo dentro tutti,
nessuno escluso.
Il conflitto non è una
patologia della relazione e
non va confusa con la guerra o lo scontro, che ne è la deriva antagonistica. Il
conflitto è una richiesta di un nuovo equilibrio, è una sfida a rinnovare e
vivificare il rapporto nella sua evoluzione storica. In questo senso lo stiamo
vivendo intensamente su più fronti, ma a livello pubblico non sappiamo gestirlo.
Il
patto di cui abbiamo bisogno ha il carattere di una rifondazione, di una ricostruzione ed è caratterizzato, in questa
particolare declinazione, dal prefisso iterativo ri che invita al ripensamento, alla riflessione, al ritorno. Il
patto generazionale deve essere rinnovato perché sono già mutati i parametri
identitari di tipo generazionale, culturale, di genere, ma li cogliamo in modo
non chiaro ed intermittente.
Il
patto non coinvolge solo le generazioni i cui confini si sono fatti incerti, ma
coinvolge anche i generi: il maschile e
il femminile chiamati ad una resa dei conti, a chiudere con alcune eredità
del passato per rilanciare una nuova forma di riconoscimento reciproco. Se le aspettative
sono così alte, se la posta in gioco è tanto importante, viene spontaneo
chiedersi come questo patto si potrebbe ri-costruire e di cosa ha bisogno
perché funzioni. Le risposte non sono sugli scaffali delle librerie, né nei
testi specialistici, non esistono ricettari o percorsi formativi già
predisposti, però è necessario coltivare l’attitudine alla ricerca, alla
vigilanza per spiare i segnali dell’alba nell’imbrunire.
Non
possiamo ripartire solo dalla politica, ma dobbiamo ripartire piuttosto dai
fondamenti etici, dai presupposti essenziali; in questo senso occorre interpellare
efficacemente il passato per riprogettare il futuro. Come se dovessimo
avanzare e procedere con un andamento
spiraliforme e secondo la sequenza del Dna che si avvolge in modo elicoidale
ritornando parzialmente su se stessa per riallacciare la trasmissione
interrotta.
I giovani indignati?
Lo
scontro generazionale che si sta profilando è indotto da situazioni economico
finanziare e dal tradimento della politica, come appare dai cartelli issati
nelle piazze dagli indignati che hanno preso sul serio l’imperativo categorico
dell’anziano partigiano Stèphane Hessel, autore del best seller “Indignatevi!”,
che ha riscosso un consenso planetario servendosi della carta stampata in barba
ai social network e agli ebooks.
Ma
gli indignados ad un anno dal loro prepotente
e straripante esordio, non hanno ancora costituito una efficace alternativa
strutturata e costruttiva. Questa rivolta non è il sessantotto e non ha nemici
dal volto umano; non produce narrazioni e non ha generato un rinnovamento
artistico: il tono dei cartelli oscilla dalla denuncia al sarcasmo, ma non
lascia presagire una vera rinascita. A volte gli indignati sembrano clienti in
fila, in rivolta perché, contrariamente alle aspettative, hanno scoperto che “non
ce n’è per tutti”.
Ma come siamo potuti
arrivare a questo punto? Chi ha tradito?
La
risposta è nella stagnazione, nella mancanza di vigilanza, nel credere scontati
ed acquisiti per sempre alcuni diritti, alcune conquiste, come se un circolo
virtuoso perenne garantisse automaticamente la democrazia, il benessere, le
pari opportunità. Alcune rimozioni hanno operato in chiave educativa e
politica: in particolare ci siamo dimenticati che:
-
tutto ciò che non si rigenera, degenera (la fruizione dei diritti, il
progresso, le teorie pedagogiche);
-
l’eterogenesi dei fini modifica la
traiettoria virtuosa di un processo (l’allungamento del tempo dedicato alla
formazione e all’istruzione che si tramuta in parcheggio e ritardo
esistenziale);
-
l’entropia consuma tutta la carica propulsiva ed energetica di un’idea, se non
viene rinnovata e corretta in itinere.
Abbiamo
rimosso la solitudine, la malattia, la vecchiaia e la morte, considerandole come anomalie da correggere con la tecnologia.
In
educazione e formazione abbiamo cresciuto Narcisi
fragili che annegano nello stagno dell’autocontemplazione e della
frustrazione. Non siamo stati per loro superfici riflettenti efficaci, ma
specchi liquidi, cedevoli, pericolosi. E veniamo al punto: l’eclissi
dell’adulto, sostituito dall’adolescente
eterno, anzi dall’adultescente, che si rigenera che crede nella
reversibilità di tutte le scelte. Coglie tutti gli attimi fuggenti, fuggendo
con loro.
Tornate a bordo, c…..!
L’imperativo
del comandante richiama tutti alle responsabilità e ci invita e riprendere i
posti di combattimento, a non subire il richiamo gravitazionale verso il basso,
a ritrovare una costruzione di senso che si può intuire o balenare, per ora,
solo in modo narrativo, intuitivo, non strutturato contro la rassegnazione e il
nemico più insidioso che è la narcosi, l’indifferenza.
Dove trovare la forza
rigeneratrice: non
nei testi specialistici, nei ricettari o nelle indagini sociologiche e
politiche, ma nello scrigno dei saperi vecchi e sempre nuovi, nel pane
di ieri, che come afferma Enzo
Bianchi, priore di Bose, è buono anche domani, anzi, forse è buono solo domani.
Ritrovare i maestri e rivivificarne il messaggio: occorre chiedersi non cosa Parole chiave.
Occorre
il coraggio dell’adultità, insegnando il vero, recuperando il senso di alcuni
termini che non si usano più non per impoverimento lessicale, ma per erosione
del significato e del loro contenuto ci ricordano un mondo diverso che ha
ancora molto da dirci, quello che era il
pane di ieri:
Parsimonia Frugalità
Sobrietà Condivisione
Convivialità Discrezione
Pudore Verecondia
Verità Rispetto
Premura Scrupolo.
* * * *
Questi
sono stati gli argomenti della relazione di Antonella Fucecchi, arricchiti da
aneddoti e storie che hanno rapito l’uditorio, che ha dimostrato verso di lei
tanto interesse e trasporto. Abbiamo quindi chiesto ad Antonella di farci
partecipi del suo “vissuto” del Convegno, in puro stile consulenziale, e lei ha
accettato di buon grado di fornirci questa schietta e gradevole testimonianza
delle sue emozioni e dei suoi stati d’animo prima e dopo la conferenza.
IL VISSUTO DI ANTONELLA
Il
tema del patto generazionale scelto per l’incontro di formazione Aiccef assume
effettivamente un notevole rilievo nell’attuale congiuntura socio economica del
nostro paese caratterizzato, secondo una acuta definizione della Conferenza
episcopale, dal “disastro antropologico”.
I segnali del disagio sono molteplici e simultanei in ogni campo; in ambito
educativo e familiare la trasmissione generazionale è in affanno da tempo, il
passaggio del testimone avviene in modo difficoltoso o non avviene affatto, il
patrimonio educativo del passato non sembra fornire risposte adeguate, mentre
le più recenti notizie provenienti dal fronte economico e finanziario
contribuiscono ad accentuare un clima crepuscolare generale, che favorisce i
richiami metaforici alla notte, alle tenebre e alla perdita di bussole di
riferimento, al declino della speranza.
Ben
sapendo che la crisi investe le istituzioni e che attraversa tutta la spina
dorsale del nostro sistema paese, in qualità di genitori, educatori, consulenti
familiari siamo convocati in prima persona a ridefinire il nostro profilo e le
nostre responsabilità, reagendo con resilienza alla sfiducia e alla tentazione
della rassegnazione al male o all’inerzia.
Il
tema del patto tra le generazioni si prefigge di affrontare in chiave di
provocazione e di proposta una possibile traiettoria di recupero: ripartire dalle persone, dai soggetti
coinvolti in una relazione familiare ed educativa, dalla qualità spesso
deteriorata dei loro rapporti e dalla fecondità che una rinnovata alleanza
potrebbe offrire ai giovani, disorientati e privati del futuro, e ai genitori o
gli anziani in preda ad una difficile transizione di ruoli. Sempre che tra gli
ex giovani, gli ever green, si assista all’eclissi dell’adulto, che sa accettare
il mutamento e la maturità facendosi
da parte generosamente quando è il momento. Conoscere quel momento è forse la
prova più ardua per un formatore ed un educatore che desideri davvero rendere
l’altro autonomo ed indipendente.
E’
con questo repertorio di immagini e con questo impianto concettuale che mi sono
preparata gli argomenti previsti dal titolo dell’incontro, dopo aver condiviso
la ripartizione dei temi con l’altro relatore.
La
defezione del collega ha aperto un vuoto improvviso, ma anche offerto delle
opportunità impensate, come spesso accade quando si deve modificare un percorso
in itinere. Nella divisione originaria della relazione la prima parte avrebbe dovuto descrivere il
quadro generale e le coordinate di riferimento, mentre la seconda parte sarebbe
stata dedicata alle strategie e alle
prospettive possibili.
La
preparazione è risultata ardua e problematica, data la sostanziale assenza di
una riflessione comune e condivisa da
parte degli autori generalmente consultati in questo tipo di incontri; a
questo punto pertanto è maturata la decisione di procedere in modo autonomo e
personale attingendo alla mia esperienza sul campo come insegnante, per
esempio, usando l’aneddoto della traduzione dell’alunna che ha reso la frase di
greco “la saggezza è causa di felicità” con ”l’abilità è causa di successo”: Difficilmente una statistica o una
riflessione saggistica potrebbero esprimere con maggiore incisività ed evidenziare
il clima etico in cui sono immersi i giovani e il tragico fallimento della
trasmissione del patrimonio di valori e di principi, un insieme di saperi purtroppo
non più condivisi.
Non
è possibile parlare efficacemente di patto e di speranza se non si è in grado
di spendersi e di esporsi in prima persona ricorrendo anche a situazioni
vissute ed eventi veramente avvenuti, e
non presentati in modo accademico e cattedratico. Occorre evitare la tentazione
di redigere e sciorinare un elenco ragionato di argomentazioni dosate come una
“ricettina” di facile applicazione.
Dopo
aver definitivamente raccolto pensieri e argomenti, ho affrontato l’uditorio del
Clarhotel con serenità. Nutrivo delle perplessità dalla sera prima, non
conoscendo il tipo di partecipanti e non potendo percepire la temperatura
emotiva nella quale si sarebbe svolta la relazione, tuttavia l’affabilità di
Rita e il suo calore mi hanno indotto a lasciarmi andare e ad affrontare
l’incontro con la rassicurante ed intima certezza che sarei riuscita e trovare
la chiave giusta.
In
effetti, questa intuizione ha trovato conferma
immediata in una atmosfera tranquilla e fervida di attesa nella sala del
convegno. In particolare, ho apprezzato la spontaneità e la freschezza di una
ragazza che ha notato la mia collana e ha intavolato una breve e disinvolta
conversazione sciogliendo anche le ultime riserve.
Quando
il microfono è stato acceso e l’incontro ha avuto inizio, ho avvertito la netta
sensazione che il clima di ascolto e di partecipazione avrebbe permesso una
esposizione non solo serena, ma anche affettivamente viva. Ho deciso, quindi di
affrontare la trattazione come se presentassi al pubblico non soltanto, come
deve essere, il risultato di una ricerca, ma anche aspetti personali della mia
esperienza, convinta che l’ascolto sarebbe stato empatico e condiviso.
Parlando,
mi sono accorta di espormi in prima
persona senza la blindatura delle tesi e delle argomentazioni libresche,
rischiando effettivamente di scoprire lati in genere accuratamente nascosti,
riponendo una totale fiducia nell’uditorio. E mi sono sentita accolta e seguita
con partecipazione.
A
questo punto la sequenza degli argomenti si è dipanata con una chiarezza
evidente, e le osservazioni si sono spontaneamente concatenate assumendo
valenza ed efficacia grazie all’atmosfera di affiatamento e di volontà di fare
un tratto di cammino insieme. Ed è quello che è avvenuto, come ho poi
constatato alla fine dell’incontro tornando a casa. E’ stata la prima volta in
cui mi sono accorta di aver vissuto non una “performance” professionale, ma una
autentica esperienza umana.
Parlando delle differenza tra contratto e
patto, ad esempio, è risultato particolarmente vero affermare che un contratto
è una transazione che , dopo la firma, consente ai contraenti di voltarsi le
spalle per sempre, mentre nel patto la stipula è solo l’inizio di una relazione
in cui è necessario continuare a prendersi cura, in cui il percorso è segnato
da un processo non lineare, non predeterminato, ma caratterizzato da tutte le
incognite e le conflittualità che connotano una relazione educativa viva fatta
da una alternanza di periodi e di ritmi diversi. Si cade spesso nella
tentazione di cedere ai miti che nella nostra epoca sono particolarmente
seducenti: il successo a tutti i costi, la felicità garantita, l’efficienza,
l’espansione infinita del Sé, la reversibilità di tutte le scelte. Al contrario
educare, sostenere nel cammino significa confrontarsi con la durezza del
rifiuto, con la riottosa resistenza di chi non vuole o no sa farsi aiutare.
Sostare nel conflitto e
abitare la terra di mezzo,
guadare il fiume, vedere i segnali dell’alba nell’imbrunire sono le abilità
necessarie per continuare a navigare in acque non tranquille. L’educatore,
il consulente sono le sentinelle delle trasformazioni e sostengono
tutti quei pesi che in situazioni di crisi nessuno vorrebbe avere sulle spalle.
Occorre una buona dose di resilienza per non essere “la fiaccola sotto il
moggio”, per rianimare il dialogo interrotto, ritessere le fila di rapporti
rabbiosamente strappati, evitare, avendo cura di sé, di cadere nelle trappole
del burn out e dello svuotamento di
senso, specie in stagioni così aride ed ostili.
Tornare a bordo, allora,
è un incoraggiamento a riprendere la navigazione con tutta la forza possibile, ben
sapendo che assumersi delle responsabilità fino in fondo è l’unico modo per
esercitare pienamente i propri diritti ed usare la libertà, essere fedeli al
patto che abbiamo stipulato con le nostre famiglie, i nostri alunni, le persone
che si affidano alla nostra competenza, per essere in tempi di giovanilismo
imperante e di immaturità diffusa, non
degli adolescenti infiniti, ma degli adulti credibili.
Il Presidente onorario
si complimenta con la relatrice
***
I GRUPPI DI LAVORO E
I TEMI SVILUPPATI NEI LABORATORI
Dopo
la relazione di Antonella Fucecchi (molto seguita ed apprezzata dai
partecipanti, e che ha ricevuto i complimenti del Presidente onorario dell’AICCeF
Luciano Cupia), l’uditorio come di consueto
è stato diviso in Gruppi per approfondire l’argomento della Giornata. I
temi affidati ai gruppi di lavoro, per svilupparli nei laboratori sono stati:
- .1 Recuperare il
dialogo tra le
generazioni: come il C.F. può aiutare gli “educatori” (genitori, insegnanti,
animatori..) in consulenza familiare,
nei consultori/ centri di consulenza, a scuola ecc. Ipotesi e strumenti.
Rosetta Francesca
-
2. La cultura dell' “origine” in consulenza familiare: tradizione e
innovazione si incontrano nella narrazione personale, di coppia, familiare
e infragenerazionale. Valorizzare la consulenza familiare come strumento
narrativo. Rita Roberto e Rosalba Fanelli
- 3. La conoscenza di sé
come nascita: la
consulenza familiare come educazione alla cura di se stessi, alla ri-nascita.
Renata D’Ambrosio e Dora Turchetti
-
4. Essere-con : la consulenza
familiare come educazione alla relazione, alla cura dell'altro, della famiglia
e della comunità. Anna Trupo
-
5. Educare alla cura del senso in
consulenza familiare: la responsabilità verso il futuro di trasmissione delle
regole e dei valori. Ipotesi e strumenti. Claudia Monti e Gabriella Puzzarini
- 6. Mediaeducation:
la necessità per i genitori di educarsi all’uso dei nuovi media, per
aiutare i figli a costruire un rapporto equilibrato e responsabile con i mass
media. Mirella Papini e Lorenzo Salvadori Amadei, esperto informatico, che
gentilmente si è offerto di portare la sua esperienza in questo campo.
I Festeggiamenti durante
la pausa
Durante
la meritata pausa del pranzo la Presidente ha approfittato per avviare i primi
festeggiamenti dell’anniversario dell’AICCeF: una piccola ma significativa
torta di compleanno con 35 candeline a simboleggiare la gioia di tutti per
essere Consulenti Familiari, l’”ascolto che accompagna” come dice Luciano
Cupia, e l’orgoglio di appartenere ad una organizzazione professionale antica,
solida e qualificata.
Spegnere
le candeline di questi primi trentacinque anni di attività è stato come vedere
scorrere davanti agli occhi tutti i protagonisti che, in questo periodo hanno
dato lustro all’AICCeF, dai Soci fondatori, che hanno creduto fermamente in un
ideale e si sono adoperati per realizzarlo, a quelli che hanno scritto e
pubblicato con l’intenzione di condividere principi e divulgare idee, da quelli
che hanno fatto formazione con l’intento di trasmettere e tramandare, a quelli
che hanno semplicemente praticato questa particolare condizione dell’essere e
del porsi in relazione d’aiuto.
Guardando
a quanto è stato fatto in questi anni, a quanti traguardi abbiamo raggiunto, a
quanta consapevolezza di noi stessi possiamo attingere, viene spontanea la
voglia di proseguire con tenacia e determinazione su questa strada difficile,
faticosa, contrastata ma piena di soddisfazioni!
Il Presidente in carica e due Presidenti
onorari spengono le candeline
Il brindisi con tutti i partecipanti
I LAVORI DEI GRUPPI
Riportiamo di seguito i
resoconti dei Gruppi di lavoro ed, in sintesi, i loro pregevoli prodotti.
GRUPPO
1. Conduttore: Rosetta Francesca. Resoconto di Licia
Serino col contributo grafico di Maria Cristina Cinti.
Il gruppo
si è all'inizio soffermato sull'intervento della relatrice Antonella Fucecchi e
ha ritenuto opportuno rileggere a voce alta l'abstract relativo al suo
intervento. Da questa lettura sono scaturite osservazioni personali relative
al rapporto genitori figli, un
autoascolto spontaneo, durante il quale alcuni di noi hanno voluto condividere
aspetti del proprio essere figlio/a e/o genitore, e da cui è scaturita la
riflessione su quale sia l'importanza dei ruoli nello sviluppo di una persona.
I lavori
sono proseguiti nel pomeriggio in base al tema che il nostro gruppo doveva
sviluppare: Recuperare il dialogo fra le generazioni: come il C.F. può
aiutare gli “educatori” . Ipotesi e strumenti.
Riporto
qui di seguito la scheda con le parole
esatte scelte dal gruppo, così come è stata compilata durante i lavori:
Parole chiave positive
che vogliamo trasmettere ai giovani
–
PRESENZA
–
ESSERCI (nella relazione)
–
CONTATTO, ASCOLTO
–
CONSAPEVOLEZZA DEL PROPRIO VALORE ACCOGLIENZA
–
FIDUCIA(credere che l'altro abbia le risorse
per trovare la sua strada)
–
RESPONSABILITA' (fare da ponte)
–
EMPATIA (comprensione dei bisogni)
|
Parole chiave negative
che vogliamo abolire nella relazione/comunicazione con i giovani
–
IDEE
PRECONCETTE VERSO I GIOVANI (le spinte)
–
RASSEGNAZIONE
–
DELEGA
–
etichettare: SEI SEMPRE..'(proiezione)
–
POSSESSO
–
LINGUAGGIO VOLGARE
–
VIOLENZA
–
ASPETTATIVE
|
La definizione e la
trasmissione di regole tra le generazioni: quale comunicazione
efficace? PROPOSTE:
–
CONSAPEVOLEZZA del proprio ruolo (di genitore)
–
CONSAPEVOLEZZA del bene del figlio
–
REGOLE che discendono dai valori e che
richiamano il genitore alla coerenza (ad es. “Metti in ordine le tue cose dopo lo sport”)
–
RESPONSABILIZZARE
–
EDUCARE AL RISPETTO DEI PROPRI CONFINI
–
SAPER DIRE “NO”
|
Quali responsabilità abbiamo come consulenti
familiari nel favorire il passaggio di testimone in famiglia
–
RUOLO SOCIO-EDUCATIVO
–
CREDERE E AVERE FIDUCIA NELLE RESPONSABILITA'
DELL'ALTRO
|
Quale patto
educativo di famiglia possiamo ipotizzare e proporre per favorire
l'autonomia dei suoi componenti e il passaggio generazionale?
–
CONSAPEVOLEZZA DEL PROPRIO RUOLO
–
EDUCAZIONE ALLA CONOSCENZA, SCOPERTA E
RISCOPERTA DEI PROPRI VALORI
–
DARE VALORE E INCORAGGIAMENTO ALL'APPORTO/ VISIONE DEI GIOVANI
–
IMPARARE DAGLI ERRORI
–
PASSAGGIO DAL MODELLO DI PERFEZIONE AL MODELLO
DI UMANITA'
|
Quale patto educativo di
comunità (lavoro di rete) possiamo ipotizzare e proporre per
favorire la sinergia su valori condivisi?
–
INTERESSE E PARTECIPAZIONE AL PROGETTO DEL
PROPRIO FIGLIO
–
RICONOSCERE E PROMUOVERE LE RISORSE PRESENTI
NEL TERRITORIO
|
Le parole
inserite nella tabella sono state accuratamente scelte e condivise da tutto il
gruppo, che ha discusso con calore e partecipazione. Credo che l’estrema
sintesi del lavoro, che è stata espressa durante la presentazione, sia quella
di riscoprire l'importanza dei ruoli e anche l'importanza di riconoscere nel
figlio una persona, che va soprattutto ascoltata e incoraggiata, nel rispetto delle
regole e dei valori condivisi.
E'
stato anche sottolineato il fatto che dove non è stato
attuato un progetto di “coppia”, difficilmente si potrà attuare un progetto di
“genitorialità”.
GRUPPO 2. Conduttori
Rita Roberto e Rosalba Fanelli. Resoconto di Ivana De Leonardis
Nel
nostro gruppo, guidato da Rita Roberto e Rosalba Fanelli, ci siamo confrontati
sul valore della narrazione nella
consulenza familiare e come questa narrazione possa essere un bagaglio da
cui “attingere” strumenti capaci di creare alleanza, anche generazionale.
Quando un cliente si rivolge ad un consulente familiare gli porta la propria
storia personale e gliela consegna in una narrazione che assume il carattere
del dipanarsi di una matassa fatta di parole, di gesti, di segnali verbali e
non verbali che hanno contribuito a “formare” la vita del cliente, a dargli
spessore e sapore, a volte gradevole a volte molto meno. Anche il consulente
familiare fa narrazione con il cliente, in una comunicazione che è fatta di
ascolto e di accoglienza innanzitutto e poi di restituzione di un vissuto
arricchito di nuove parole o rispolverato di quelle parole capaci di rigenerare
le risorse del cliente.
Se
dovessi dare un titolo al nostro lavoro lo chiamerei “Le parole che non (o ti ho) detto”, citando un famoso romanzo di
Nicolas Sparks da cui è stato tratto anche un film. Nel gruppo, infatti, siamo
andati proprio alla ricerca di quelle parole che all’interno di una narrazione
hanno o hanno avuto in sé una forza vitale e creativa e quelle che invece generano
isolamento, ripiegamento su di sé, ansia e solitudine, non accettazione, non
alleanza. E’ stato un lavoro molto bello ed intenso perché ci ha chiamati a
riflettere su noi stessi non solo come consulenti familiari ma come individui e
quindi anche come genitori, figli, insegnanti, educatori, e in fin dei conti
essenzialmente come “persone di relazione e in relazione”. Sappiamo bene,
infatti, che la relazione non è solo un andare verso l’altro ma anche un
dialogo con se stessi, un aprirsi in primo luogo all’auto-ascolto del proprio
mondo interiore per essere aperti all’accoglienza del mondo dell’altro. Credo
sia stato molto piacevole, proprio in questa dimensione di auto-ascolto, il
poter viaggiare nel mondo dei nostri ricordi, dei nostri vissuti personali, per
poter ripescare, tra le tante parole che ci sono state dette, quelle che ci
hanno lasciato un messaggio positivo e quelle che ci hanno mortificato o
segnato negativamente. “Le parole sono
importanti!” diceva una famosa battuta di Nanni Moretti ed è indubbia la
forza che una parola può sprigionare, sia quando è parola che bene-dice che
quando è parola che male-dice. Il nostro auto-ascolto si è trasformato a sua
volta in narrazione, lasciando scorrere le emozioni evocate da ricordi che
affondavano le loro radici in un tempo lontano, in un tempo di guerra fatto di
privazioni o in un passato più recente ma ugualmente significativo. Tra le
parole dette, ascoltate, accolte e trasmesse, abbiamo scelto di custodirne le
seguenti, come tesoro da poter riconsegnare a chi ci sta vicino, figlio, amico,
compagno o cliente di consulenza che sia:
-
Speranza: è il valore di chi nutre la fiducia
che il domani possa essere diverso, e che proprio tu lo puoi rendere diverso.
E’ l’apertura alla possibilità del cambiamento, come lo spiraglio di luce che
buca il buio della notte.
-
Solidarietà: come valore cha dà il senso alla
persona nella sua dimensione relazionale, nel suo non essere monade isolata, ma
creatura bisognosa dell’altro;
-
Progetto: è il ponte che proietta la vita verso
il futuro, e con cui la persona può trovare anche l’ispirazione e lo slancio
verso la propria realizzazione;
-
Gratuità: è il valore che si oppone
all’individualismo, al tornaconto personale, è la gioia di darsi per l’altro in
maniera incondizionata e libera;
-
Memoria: non solo come capacità di trattenere
delle informazioni, ma come capacità di fare memoria, cioè di leggere e
rileggere la propria esistenza con quei tratti dell’oggi che sono il frutto di
un passato e con lo sguardo proteso verso il futuro;
-
Ricerca, Ri-definire e Ri-definirsi,
Ri-scoperta: tutti siamo sempre alla ricerca del senso della vita e la ricerca
di questo senso passa anche attraverso la capacità di ridefinire le cose e le
esperienze e quindi di ridefinire se stessi in un equilibrio (dal sapore molto
Rogersiano) tra permanenza ed
evoluzione, stabilità e cambiamento in una ri-scoperta della propria storia
personale non per obbligo ma per scelta;
-
Frugalità: una parola quanto mai attuale in
questi tempi di crisi economica, ma questa volta il termine frugalità viene
scelto come invito a fare contatto con se stessi, con le istanze più profonde
dell’individuo. La persona che riesce ad acquisire e a mantenere un buon
contatto con il proprio mondo interiore e valoriale, non perde se stesso, anzi
al contrario “si guadagna” e di conseguenza e non sperpera neanche il tempo, le
amicizie, i sentimenti, i soldi e le parole perché sa dare ad ognuna di queste
cose il giusto valore e la giusta importanza;
-
Pazienza: il “portare pazienza” non è solo la virtù
dei forti, ma anche la capacità del saper aspettare che le cose maturino al
tempo giusto, che le esperienze della vita acquistino sapore non solo nella
contingenza del qui ed ora, ma nel diluirsi e dilatarsi del tempo che
conferisce alle esperienze stesse significati nuovi e forse più profondi. E’ la
capacità di saper leggere il proprio passato sotto una luce diversa perché
“lasciato decantare” magari nei suoi aspetti più dolorosi, ma anche la capacità
di continuare a “piantare il proprio seme” nel giardino dell’esistenza, con la
consapevolezza, la speranza e l’ottimismo, che i frutti arriveranno.
-
Prendersi cura: cura ed attenzione verso se stessi e
verso l’altro, che è il primo atteggiamento per costruire buone relazioni.
Ecco,
invece, le parole e le espressioni che il nostro gruppo ha ritenuto meno capaci
di creare alleanza nella relazione e non solo nel rapporto cliente-consulente,
ma nella relazione in generale:
-
“Non è colpa mia”: il voler
deresponsabilizzarsi rispetto alle situazioni o alle persone come
giustificazione al non voler fare la propria parte;
-
Il giudizio, la critica e il non saper discernere la semplice
osservazione dei fatti da una valutazione e quindi da un giudizio soprattutto
di disvalore sulle cose o sulle persone;
-
“Devi essere coerente”, inteso come la
richiesta di una fissità ad un pensiero, un’idea o ad un comportamento, se
questa “fissità” diventa ostacolo al cambiamento, rigidità ad aprire i propri
orizzonti a ciò che è altro da se stessi, mancanza di elasticità, chiusura;
-
“Ho ragione io”: quando diventa la
pretesa a possedere la ragione e il senso delle cose e non ci si lascia
interpellare dalle ragioni dell’altro, dal suo punto di vista, dal suo vissuto;
-
Trascuratezza, non presenza: come atteggiamento che a livello
verbale si traduce nei vari: “non mi importa, non mi interessi, non ho tempo…”.
E’ la chiusura verso la relazione.
-
“Sbrigati, fai in fretta, non vedo
l’ora che…”: sono le
frasi dell’impazienza, del non saper aspettare che il tempo faccia il suo
effetto, il voler vedere subito il risultato sperato concretizzarsi sotto i
nostri occhi, è il non lasciare che l’altro emerga secondo i propri tempi e le
proprie attitudini.
Dopo
esserci messi in ascolto di noi stessi e degli altri, abbiamo cercato di
focalizzare quali atteggiamenti positivi sentiamo che ci appartengano quando
siamo chiamati a costruire la nostra
relazione con il cliente all’interno di una consulenza. Abbiamo
riscoperto e valorizzato innanzitutto l’atteggiamento dell’apertura,
dell’accoglienza, dell’ esserci per il nostro cliente, nella consapevolezza che
tutti abbiamo bisogno l’uno dell’altro, nella condivisione delle proprie
presenze reciproche, perché noi siamo lì per il cliente ma è anche vero che il
cliente è lì per noi, per darci qualcosa di sé, quel qualcosa che in qualche
modo ci interpella, ci stimola, ci mette a nudo e qualche volta ci mette anche
un po’ “scomodi”. Abbiamo riscoperto il valore della nostra presenza come
compagni di un viaggio che il cliente compie dentro se stesso, alla ricerca di
un senso o di significati perduti o appannati. Noi siamo lì, con le nostra
forza ma anche la nostra fragilità, a volte come un specchio che riflette
chiaramente i significati della narrazione che il cliente ci offe, a volta come
uno specchio un po’ appannato dalle nostre limitazioni, ma anche il rimandare
con grande onestà al cliente la nostra opacità e imperfezione ha la valenza di
esprimere innanzitutto il nostro saperci accettare così come siamo e questo
offre al cliente la possibilità di fare altrettanto verso se stesso, nella
logica del “IO SONO OK, TU SEI OK” e del
“NON ESSERE PERFETTI E’ OK”. Abbiamo infine preso coscienza dell’aspetto
maieutico del consulente familiare, che come un’ostetrica, aiuta a portare alla
luce il cliente, lo sostiene nel momento in cui riaffiorano le sue energie
vitali, in cui dà vita al cambiamento, con quella gratuità del cuore che sola
ti permette di avere coscienza che il cliente non appartiene al consulente,
così come il bambino che viene alla luce non è della levatrice e neanche di chi
lo ha messo al mondo. E’ di se stesso e basta.
Una
piccola considerazione prima di concludere questo resoconto del nostro lavoro
di gruppo. Abbiamo vissuto questo tempo in un clima di grande condivisione e in
qualche momento anche di emozione. La prima alleanza è stata proprio quella che
si è creata tra di noi, tra persone con le esperienze di vita più disparate,
tra consulenti familiari di “più lontana data” e quindi di grande esperienza e
consulenti familiari “più giovani”. E’ stato piacevole ascoltare le esperienze
di chi ha tanto da insegnarci perché tanto ha sperimentato (mi riferisco a
Rosalba, Adriana e la stessa Rita), raccontate con la saggezza propria di chi
ha saputo fare tesoro di ciò che ha vissuto e lo sa tramandare agli altri come un
dono da condividere per il bene di tutti. In questo senso abbiamo sperimentato
direttamente quanto il “rendere omaggio
alla propria origine” valorizzare il proprio passato, possa avere il valore
di una bussola che orienta la nostra vita presente e la dirige verso il futuro.
Ci siamo raccontati la bellezza del nostro essere consulenti familiari, di ciò
che ci dà forza ed è la nostra forza, ma anche dei nostri momenti di fragilità
in cui il prendersi cura di sé è il segno di un voler bene a se stessi e agli
altri (e qui il ringraziamento è per Giovanni). Credo che la migliore
conclusione a questa relazione sia il riportare le bellissime parole con le
quali Rita Roberto ha scelto di chiudere i nostri lavori: “Siamo tutti diversi per
competenza e stato d’animo, ma abbiamo tutti lo stesso valore di persona”.
GRUPPO 3. Conduttori:
Renata D'Ambrosio e Dora Turchetti.
Il
tema del nostro gruppo era: la
conoscenza di sé come nascita e rinascita.
La
riflessione del gruppo si è orientata sugli stimoli che via via emergevano
spontanei. Ciò che maggiormente si è condiviso è stata la consapevolezza della
centralità ma anche della particolare difficoltà della problematica
generazionale in questi tempi, per molti versi duri e difficili da decifrare.
Ascolto e
auto-ascolto
Reduci
dall'ascolto della relazione della professoressa Fucecchi sentivamo molte
emozioni e spunti di riflessione: ci ha parlato con competenza ma anche al
cuore e molte cose sono passate.
Una
componente del gruppo ha detto che, attraverso la simbologia del mito, ha
potuto rielaborare e accettare in modo più maturo la fragilità dei suoi
genitori, per riappacificarsi con loro.
Ci
sono stati anche molti silenzi di intima riflessione perché l'importanza, la
complessità e il coinvolgimento dell'argomento era tale da farci rifuggire
dalle facili parole e risposte.
Insieme
abbiamo cercato di superare lo sgomento del vivere questi giorni di grande
incertezza per i giovani ma anche per gli adulti per poter essere positivi e
propositivi.
Parole chiave
positive che vogliamo
trasmettere ai giovani
-
Condivisione: dare il nostro tempo,
essere empatici, capire il loro linguaggio anche non verbale
-
Opportunità: saperle vedere noi
stessi per aiutarli a coglierle, pur nelle difficoltà.
-
Autocontrollo: non onnipotenza e comportamenti
autodistruttivi ma aiutarli a prendersi cura di sé, a riconoscere ciò che è
veramente buono e importante per sé.
-
Impegno: stimolare il valore
dell'impegno e della conquista anche se costa fatica.
-
Fiducia e speranza: non perderle
prima di tutto noi e trasmetterle in un continuo esercizio di resilienza.
Parole negative che non vorremmo più sentire:
Individualismo, fruga
nei valori vuoti, fuga dalle responsabilità, culto della bellezza e dell'eterna
giovinezza, mancanza di progettualità, ansia, paura, resa.
Trasmissione di
regole e valori
La
congruenza come presupposto. La presenza: per esserci, vederli, ascoltarli.
Trasmissione di affettività sempre. Sapere cosa fanno. Lealtà. Tenerezza e
chiarezza nella comunicazione. Comunicare senza timore di perdere
autorevolezza, riconoscendo anche i nostri errori, ma tenendo ferma la
consapevolezza dei ruoli.
Sempre
a bordo insieme, senza abbandonare la nave.
Alla
fine del lavoro Angelo ci ha lasciati con un'immagine molto bella ed efficace:
ci ha detto, da medico, che nel corpo tutto collabora in modo integrato ed
armonico al buon funzionamento, attraverso interventi di supporto,
modificazioni e integrazioni. Dobbiamo saper agire in questa ottica: collaborare, proteggere, sopportare e
comunicare come fa il nostro corpo.
GRUPPO 4. Conduttrice:
Annamaria Trupo e suo resoconto.
Il
gruppo, chiamato a riflettere sul tema: Essere
– con: la consulenza familiare come educazione alla relazione, alla cura
dell’altro”, .riunitosi subito dopo l’ascolto della relazione della prof.ssa
Fucecchi, si è soffermato ad apprezzare
gli spunti che sono stati forniti durante la mattinata e come sono stati
esposti. Rivivere lo spaccato sociale che proviene dal mondo della scuola, ha
portato ad alcune considerazioni. Per esempio: non si può dare una regola per
tutti i giovani; non devo diventare altro da chi voglio essere; bisogna
imparare a stare accanto; la difficoltà generazionale si può riscontrare anche
con i nuovi giovani consulenti; a volte anche gli insegnanti non sono adulti;
la tecnologia toglie la relazione. Tutti hanno concordato che la solitudine
delle nuove generazioni è anche la solitudine dei genitori, entrambi non
riescono a riempire il vuoto affettivo.
Abbiamo
ricercato le parole chiave positive che vogliamo trasmettere e quelle negative
che vogliamo abolire nella relazione/comunicazione con i giovani. Ne diamo una
breve sintesi:
PAROLE
POSITIVE che vogliamo trasmettere:
Coraggio Calma
Pazienza Fiducia
Senso Significato
Cambiamento Rigenerarsi
Grande Effatà (apriti)
Appartenenza Forza
Resisti Condividi
Responsabilità Attesa
Consapevolezza Puoi
PAROLE NEGATIVE che vogliamo abolire:
Solitudine Vuoto
Sbrigati Scorciatoia
Fragilità Incapacità
È
intelligente, ma non si applica!
Irresponsabilità Quantità
Potrebbe,
può dare di più!
Inadeguatezza Non abbastanza
Trascuratezza Indifferenza
Zitto Scemo
Tanto
non ce la farai mai!
Ai
miei tempi Chi ti credi di
essere
Devi
– non devi Non sei figlio mio
Sparisci!
Come
consulenti abbiamo anche noi delle responsabilità nel favorire il passaggio di
testimone e nel solidificare il patto educativo sia in famiglia, che nella
comunità. Il gruppo si è confrontato a lungo su questo punto e si sono
concordate delle linee da suggerire sia
ai genitori che ai figli:
-
dare dei
ruoli ai vari componenti della famiglia, in particolare ai figli ciò serve a
farli sentire importanti;
-
aiutare
i figli nell’elaborare strategie, anche intercambiabili;
-
aumentare
l’autostima;
-
avere
fiducia nella propria capacità di farcela;
-
dare un
senso alla propria vita;
-
far
sentire i figli amati;
-
attivare
le risorse;
-
confrontarsi;
-
essere
autentici;
-
avere la
consapevolezza che non c’è un ricettario;
-
stimolare
l’adultità, il senso di realtà delle cose;
-
ritrovare
il “buon senso”
GRUPPO
5.
GRUPPO 6. Conduttrice Mirella
Papini, l’esperto di informatica Lorenzo Salvadori Amadei, resoconto di
Maurizio Qualiano.
Il
nostro Gruppo di lavoro è stato un po’ sui generis in quanto ci è stato
assegnato il tema della Media Education
(tradotto per i non addetti: educazione alla conoscenza e all’uso dei moderni
strumenti di comunicazione di massa), ed abbiamo approfittato della gentile
partecipazione di Lorenzo Salvadori Amadei, esperto in comunicazione web e
socialnetwok, fondatore dell’Istituto per la Prevenzione del Disagio Minorile
(www.ipdm.it), che ci ha introdotto, in modo
magistrale, nel mondo della comunicazione della rete, guidandoci
attraverso i sistemi e gli strumenti di comunicazione/relazione del web, e
facendocene cogliere appieno tutti i rischi e tutte le opportunità.
Dopo
una breve fase di autoascolto, in cui ci siamo scambiati le reciproche
esperienze sull’argomento, Lorenzo ha iniziato a spiegare l’ideologia della rete, facendoci riflettere che la visione che ne ha
un adulto è quella di un modello tecnologico complesso, di un sistema tecnico
di trasmissione di dati e immagini. E ciò dipende dalla sua cultura umanistica
fortemente legata all’esperienza dell’evoluzione tecnologica degli ultimi
secoli.
La
visione di un adolescente, invece, è completamente diversa, perché internet
è per lui un mezzo di informazione, un luogo di aggregazione, un fluido e
costante sistema di comunicazione e di scambio. La visione della rete deriva
dalla sua esperienza diretta con i numerosi supporti con cui è venuto in
contatto fin dalla nascita.
E
più gli elementi della rete si evolvono, seguendo il progresso tecnologico, più
conseguentemente si allarga la forbice di comprensione e di utilizzo che divide
le generazioni.
La
rete di oggi (contrariamente alla prima rete che si configurava come l’unione di
sistemi che accedevano simultaneamente alle stesse informazioni) si presenta come
uno strumento “interattivo” e “proattivo”,
in grado non solo di fornire informazioni ma di riceverne e di modificarsi sulla
base di ciò che viene inserito. La Logica del “Web 2.0” si basa sulla Decentralizzazione, con innumerevoli
fonti di informazione e di servizi; sulla Partecipazione,
in quanto la produzione di contenuti è affidata agli utenti; sulla Interoperabilità, perchè le funzioni e i
dati del web possono essere riutilizzate, remixate e aggregate innumerevoli
volte.
Siamo
passati poi ad esaminare i vari strumenti/servizi messi a disposizione della
rete, che i giovani utilizzano in modo costante.
BLOG è l'abbreviazione di web log e indica
un sito web autogestito, dove possono essere pubblicate in tempo reale notizie,
informazioni, opinioni o storie di ogni genere, testimonianze e confessioni. Il
blog è uno strumento di libera espressione che tiene traccia (log) degli
interventi dei partecipanti. Un blog può essere personale, un diario online
costantemente aggiornato che tutti possono leggere, oppure può essere uno
spazio sul web attorno al quale si aggregano navigatori che condividono
interessi comuni.
Le CHAT
(chat room) sono quei
sistemi di scambio sincrono di informazioni, ovvero quei sistemi che consentono
a due utenti di essere in contatto, purchè entrambi contemporaneamente davanti
ad un computer.
La
CHAT ROULETTE è invece un diabolico
sistema di video chat (cioè di video chiamata al buio), in cui i partecipanti
non sanno chi verrà ad affacciarsi allo schermo (e, soprattutto, come…) ed è un
modo per fare conoscenze bizzarre o per esibirsi nei modi più stravaganti.
Lorenzo ci ha mostrato in diretta questo sistema, mediante un utente-civetta con
cui si è collegato con una chat roulette.
Gli utenti che si sono affacciati per pochi attimi, da varie parti del mondo,
erano tutti adolescenti, soli o in gruppo, un po’ curiosi e un po’ annoiati!.
I
SOCIAL NETWORK sono quei sistemi che
possono fungere da aggregatori sociali, ovvero quei siti dove è possibile
acquisire una propria “bacheca” da comporre, aggiornare e modificare a
piacimento. Facebook, per esempio, il più famoso dei social network, ha nel
mondo più di 500 milioni di utenti e sono in continuo aumento
La
vera forza dei Social Network è la profilazione che l’utente è chiamato a fare,
per dare contenuto al suo profilo, alla sua identità. E più dati, notizie o
foto si inseriscono nel profilo personale, più il Social network crea categorie
di utenti, che suddivide per gusti, aspirazioni e desideri, da offrire poi agli
inserzionisti per una pubblicità mirata e personalizzata. Non tutti sanno che
ciò che si inserisce nei profili personali (notizie, foto, immagini), rimane
proprietà dei socialnetwork per 70 anni. E non è capitato una sola volta che
foto pubblicate nei propri profili sono state la causa di mancate assunzioni,
di licenziamenti o di altre spiacevoli conseguenze.
Gli
aspetti negativi che possono accadere nell’uso di socialnetwork riguardano le Informazioni
personali e private che
• possono essere diffuse a persone con
cattive intenzioni;
•
possono danneggiare la reputazione di un ragazzo (o di un genitore o un amico);
•
possono dare luogo a commenti diffamatori, osceni o razzisti;
•
possono creare bullismo su compagni di scuola o parenti;
Inoltre
c’è il rischio di imbattersi in contenuti non appropriati: pornografici, violenti, autodistruttivi
(disordini alimentari, abuso di sostanze stupefacenti ecc.), oppure avere
contatti indesiderati, come il Cyber-bullismo (molestie tra pari), proposte
commerciali aggressive ed infine l’adescamento (a fini di pedofilia).
Nei
primi 9 mesi del 2011 il numero dei siti Internet a contenuto pedopornografico è
aumentato del 47%. Oltre il 35 % delle segnalazioni ricevute riguarda i Paesi
Bassi, che si aggiudicano il triste primato
di
nazione con la più alta concentrazione di materiale pedofilo diffuso in rete.
Ma
con tutto ciò il fenomeno è in continuo aumento. Il bisogno irrefrenabile dei
giovani di oggi di esibirsi, di mostrare le loro capacità (sia a parole sia con
i filmini fatti con i telefonini), di manifestarsi al mondo per quello che sono
e anche per quello che non sono, in poche parole il bisogno di esserci, attira un numero elevatissimo di ragazzi e
abbassa sempre di più l’età di approccio e partecipazione alla festa del web.
Navigando
in uno di questi siti abbiamo visionato la bacheca di una ragazzina di 15 anni
di Bergamo, che aveva postato (inserito) 15 sue foto (fatte in campagna, anche
banali). Bè le foto avevano avuto 3000 visualizzazioni e il profilo della
ragazza aveva più di 21.000 fans!
Non
nascondo che, dopo la conclusione dell’ esposizione di Lorenzo avevamo tutti la
testa in subbuglio e una leggera tachicardia.
Ma
da bravi consulenti abbiamo immediatamente attivato le nostre capacità e
riflettuto che per contrastare questi richiami bisogna fornire protocolli di
azione agli utenti e ai genitori. Perché
la rete riempie i vuoti affettivi e familiari, offre un rifugio
accattivante rispetto alle assenze, alle incomprensioni e alla superficialità,
la rete non giudica, non critica e non impone, la rete permette di esprimersi,
di manifestare il proprio valore e di essere considerato un individuo completo.
La
azioni di contrasto non possono che essere finalizzate a una maggiore considerazione dei ragazzi/giovani
come persone: dedicarsi all’ascolto dei loro perché, allo scambio di idee,
a trasmettere valori, principi e ricordi, ad essere sempre consapevolmente
informati su cosa fanno e come lo fanno, ad entrare in contatto con il loro
mondo ed a parteciparvi, in poche parole ad
esserci!
